SILVIA CAMPORESI

Silvia Camporesi nasce a Forlì nel 1973, laureata in filosofia, vive e lavora a Forlì. Attraverso i linguaggi della fotografia e del video e facendo spesso ricorso all’autorappresentazione, costruisce racconti che traggono spunto dal mito, dalla letteratura, dalle religioni e dalla vita reale. La sua ricerca si muove su una sottile linea di confine fra immaginazione e realtà, fra veglia e sogno, in contesti in cui il soggetto è sempre in un rapporto di dialogo con l’elemento naturale e teso verso il tentativo di trascendere i limiti del corpo e della mente. Dal 2000 ha esposto in numerose mostre in Italia e all’estero. Nel 2007 vince il premio Celeste per la fotografia; è fra i finalisti del Talent Prize nel 2009 e del Premio Terna nel 2010.
Nell’autunno del 2011 partecipa ad una residenza d’artista in Quebec, presso la Cambrì Blanche e realizza per Photographica FineArt Gallery il progetto “La Terza Venezia”, realizzato con l’intento di operare sul reale e irreale della città lagunare, il risultato è una serie di immagini che esplora i luoghi attraverso il filtro dell’immaginazione, del sogno e delle leggende tramandate.
Nel 2013, sempre per Photographica FineArt, realizza un nuovo progetto “Journey to Armenia”, punto di partenza è il viaggio in Armenia compiuto dallo scrittore russo Osip Mandel’stam nel 1930. Silvia Camporesi ripercorre così le tracce di quel viaggio alla ricerca dei luoghi sacri, delle atmosfere e dei paesaggi che hanno affascinato lo scrittore russo. Nello stesso anno inizia un nuovo progetto, “Atlas Italiae”, che la porterà in giro per l’Italia per oltre due anni, realizzando in questo modo un atlante di sguardi inediti che racchiude i molti significati di una riflessione artistica e antropologica più ampia sull’identità dell’Italia in un momento storico di fallimenti e declini, ripensamenti di desideri e di cambiamento. Gli incredibili luoghi fantasma che si scoprono guardando le immagini del progetto, ci raccontano di un’Italia che resiste e sopravvive a se stessa malgrado l’apparente stasi del presente, dell’agire silenzioso e invisibile del tempo che si sostituisce all’uomo , modellando le cose di una bellezza diversa, impensabile nel tempo della realtà digitale.